Post-marxismo

Il post-marxismo è una prospettiva della critica della teoria sociale che reinterpreta radicalmente il marxismo, ridimensionando la sua associazione con l'economicismo, il determinismo storico, l'antiumanesimo e il riduzionismo di classe[1], pur rimanendo impegnato nella costruzione di un pensiero socialista[2][3]. In particolare, i post-marxisti sono anti-essenzialisti, rifiutando il primato della lotta di classe e concentrandosi invece sulla costruzione di una democrazia radicale[4][5][6]. Il post-marxismo può essere considerato una sintesi di quadri post-strutturalisti[7][8][9] e analisi neomarxiste[10][11], in risposta al declino della Nuova Sinistra dopo le proteste del 1968[12].

In un senso più ampio, il post-marxismo può riferirsi a teorie marxiste o adiacenti al marxismo che rompono completamente con i vecchi movimenti operai e con gli stati socialisti[13], in un senso simile al post-sinistra[14][15], e accettano che l'era della rivoluzione delle masse basata sul lavorato fordista sia potenzialmente finita[16].

Il termine "post-marxismo" è apparso per la prima volta nell'opera teorica di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe intitolata Egemonia e strategia socialista (1985)[17][18] Il post-marxismo è una categoria ampia e non ben definita, che comprende il lavoro di Laclau e Mouffe[19][20] da un lato, e alcuni filoni di autonomismo e marxismo aperto[21], post-strutturalismo[22][23], studi culturali[24], ex-marxisti[25] e 'politica della differenza'[26][27] di ispirazione deleuziana[28]. Nuove panoramiche sul post-marxismo sono state fornite da Ernesto Screpanti[29], Göran Therborn[30], e Gregory Meyerson[31]. Tra le riviste post-marxiste più importanti si annoverano New Formations[32], Constellations[33], Endnotes[34], Crisis and Critique[35] e Arena[36].

Storia

Ernesto Laclau nel 2012

Il post-marxismo nacque alla fine degli anni '70, influenzato da diversi eventi e tendenze di pensiero[37]. La debolezza del paradigma dell'Unione Sovietica e del blocco orientale divenne evidente dopo il cosiddetto "discorso segreto" e la successiva invasione dell'Ungheria, che divise irreparabilmente la sinistra radicale[38]. Da allora in poi il marxismo affrontò una crisi di credibilità, che portò a vari sviluppi nella teoria marxista, in particolare nel neo-marxismo, che prese posizione contro gran parte del blocco orientale[39]. Questi eventi accaddero parallelamente agli scioperi e delle occupazioni del 1968, all'ascesa delle teorie maoiste e alla diffusione della televisione commerciale e delle successive tecnologie dell'informazione che riportavano nelle loro trasmissioni le notizie della guerra del Vietnam.

Il post-marxismo, sebbene abbia le sue radici in questa Nuova Sinistra e nel conseguente pensiero post-strutturale in Francia[40], vide verosimilmente la sua genesi nella reazione all'egemonia del neoliberismo e alla sconfitta della sinistra in eventi come lo sciopero dei minatori nel Regno Unito. Ernesto Laclau sosteneva che un marxismo congiunto al neoliberista richiedesse una rielaborazione delle sue fondamenta, per affrontare i fallimenti di entrambi[41]. Successivamente, Laclau e Chantal Mouffe affrontano la proliferazione di "nuove posizioni soggettive" collocando la loro analisi in un quadro non essenzialista.

Félix Guattari nel 1992

Contemporaneamente, i rivoluzionari italiani, noti come "operaisti", e in seguito gli autonomisti[42], svilupparono teorie contro Partito Comunista Italiano visto come conservatore[43], concentrandosi molto di più sul lavoro, sul genere e sulle opere successive di Marx. In Francia, pensatori radicali come Félix Guattari ridefinirono i vecchi modelli lacaniani di desiderio e soggettività, che erano stati spesso legati al progetto comunista, portando Nietzsche a dialogare con Marx[44][45]. Nel blocco orientale, la Scuola di Budapest[46] avviò una reinterpretazione di Marx, basandosi sul lavoro della Scuola della Praxis che li aveva preceduti[47]. Nella Germania Ovest, i teorici reinterpretarono interamente le opere di Marx partendo da una prospettiva della dialettica hegeliana.

Nel Regno Unito, Stuart Hall[48] si interessò ai teorici post-strutturalisti mentre lavorava per Marxism Today, soprattutto in relazione a concetti come razza e identità[49]. John Holloway iniziò a tracciare un nuovo percorso tra il marxismo strutturale althusseriano e i teorici strumentalisti del capitalismo monopolistico. Negli Stati Uniti, Antonio Negri e Michael Hardt pubblicarono lo studio Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione a cavallo del secolo, un libro ampiamente riconosciuto come un consolidamento e una riaffermazione del post-marxismo[50]. Harry Cleaver produsse letture innovative del Il Capitale, insieme a Moishe Postone che riaffermò i concetti centrali di Carlo Marx.

Toni Negri e Michael Hardt a Madrid nel 2011

Il post-marxismo ha anche connotazioni diverse all'interno della teoria femminista radicale. Il modo in cui Catharine MacKinnon usa il termine post-marxismo non si basa sul post-strutturalismo. Ella afferma che "un femminismo degno di questo nome assorbe e va oltre la metodologia marxista"[51], intendendo che il marxismo non deve essere abbandonato, ma ricostruito.

Attualmente, figure negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Europa continuano a produrre opere nella tradizione post-marxista, in particolare Nancy Fraser, Alain Badiou, Jeremy Gilbert ed Étienne Balibar. Le loro teorie sono spesso molto diverse da quelle prodotte da Laclau e Mouffe, e buona parte della sinistra si è rivoltata contro la svolta post-marxista[52][53].

Cedric Robinson nel 2006

Nonostante sia nato in America Latina e nel blocco orientale, il post-marxismo è in gran parte prodotto da teorici della divisione Nord. A parte forse Spivak, non ci sono teorici degni di nota del Sud globale[54] che si collochino nella tradizione post-marxista[55], e i movimenti radicali del Sud globale rimangono in gran parte all'interno della tradizione della "Vecchia Sinistra"[56]. Le spiegazione che vengono fornite rispetto a questo aspetto sono spesso legate al livello di alfabetizzazione ed alle differenze industriali ed economico-sociali. Nonostante questo, si evidenzia spesso il fatto che Cedric Robinson fosse un post-marxista.[57]. Va poi detto che anche gli zapatisti furono una grande fonte di ispirazione per molti post-marxisti[58].

Critiche

Il post-marxismo è stato criticato sia dall'ala più a sinistra che da quella più a destra del marxismo[59]. Nick Thoburn ha criticato il post-marxismo di Laclau (e il suo rapporto con l'eurocomunismo) definendolo essenzialmente uno spostamento a destra verso la socialdemocrazia[60]. Ernest Mandel[61] e Ambalavaner Sivanandan[62][63] sostengono la stessa tesi. Anche Richard D. Wolff sostiene che la formulazione del post-marxismo di Laclau sia un passo indietro[64]. Oliver Eagleton (figlio di Terry Eagleton) sostiene che la "democrazia radicale" di Mouffe abbia una natura intrinsecamente conservatrice[65].

Altri marxisti hanno criticato il marxismo autonomista o post-operaismo, che è una forma di post-marxismo, per la sua scarsa comprensione teorica del valore nelle economie capitaliste[66]. Altri marxisti lo hanno criticato per la sua dialettica anti-umanista/anti-hegeliana[67].

Ma tutti i post-marxismi sono stati criticati per aver minimizzato o ignorato il ruolo della razza, del neocolonialismo e dell'eurocentrismo[68][69][70][71].

Il termine post-marxismo è poi considerato troppo impreciso e viene spesso usato come denigratorio[72] o come argomento fantoccio. Oltre a Laclau e Mouffe, pochissimi marxisti si descrivono come post-marxisti, indipendentemente dalle loro affinità con le teorie post-strutturaliste o dalla loro reinterpretazione di Marx[73]. C'è poi molto disaccordo tra i post-marxisti su questioni fondamentali di strategia e filosofia (Hegel o Spinoza, ad esempio); alcuni propugnano un populismo di sinistra, altri hanno un rifiuto totale della politica organizzata, e altri ancora si sentono una nuova avanguardia leninista.

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