Il sottotenente Bartolini e gli altri incursori non facevano parte del Battaglione San Marco, ma appartenevano al X reggimento arditi, 1º Battaglione, 102ª compagnia nuotatori.
Malachite
Malachite, a destra, insieme ai gemelli Ambra, Iride ed Onice
Dopo il completamento entrò a far parte, quale unità sede del comandante della XVI Squadriglia e dal 1938 della XIII Squadriglia Sommergibili, con base a La Spezia.
All'inizio della seconda guerra mondiale era a Taranto, assegnato alla 47ª Squadriglia Sommergibili (IV Gruppo); suo comandante era il capitano di corvetta Renato d'Elia, mentre ufficiale in seconda era il tenente di vascelloGianfranco Gazzana-Priaroggia, che si sarebbe poi distinto in Atlantico al comando del sommergibile Da Vinci[1]. Il sommergibile fu subito trasferito ad Augusta, inquadrato nel X Gruppo Sommergibili[2].
Il 20 giugno 1940 fu inviato in missione nelle acque a settentrione di Maiorca ed il 24 individuò un convoglio che non poté attaccare perché troppo lontano; fece ritorno alla base il 27[1][2].
Passò poi alcuni mesi in manutenzione; durante questo lasso di tempo il comandante D'Elia fu sostituito dal tenente di vascello Enzo Zanni[1].
Nella notte tra il 12 ed il 13 novembre 1940 fu in missione difensiva nel golfo di Taranto[1].
Dal 18 al 21 dicembre fu in missione nelle acque a nordest di Derna, dopo aver subito – il 15 dicembre, durante la navigazione di avvicinamento – l'attacco di un aereo che aveva respinto con la contraerea[1].
Nella notte del 27 gennaio 1941 effettuò ascolto con l'idrofono nello stretto di Messina[1].
Dal 9 al 15 febbraio fu in missione nelle acque prospicienti Bardia; il 14 febbraio avvistò un'unità militare e cercò di avvicinarsi, ma non ci riuscì per l'eccessiva distanza e la grande velocità della nave[1].
Il 15 marzo fu inviato nel canale di Cerigotto e quattro giorni dopo, all'1.19, lanciò due siluri contro un incrociatore che procedeva con la scorta di alcuni cacciatorpediniere, mancandolo; si allontanò in immersione, inseguito dalla reazione con bombe di profondità[1].
Il 10 aprile giunse a settentrione del golfo di Sollum e alle 23.37 del 14 cercò di attaccare un convoglio di grandi dimensioni ma fu respinto dalla scorta, non riuscendo ad avvicinarsi a sufficienza per lanciare[1]. Rientrò alla base il 18[1].
Dal 20 al 28 maggio fu in missione nei pressi dell'isola di Gaidaro[1].
Nella notte del 19 giugno lanciò due siluri contro un incrociatore in navigazione nei pressi di Creta in compagnia di un cacciatorpediniere: seppure di pochi metri, le due armi fallirono i lanci[2].
Il 3 luglio si portò a nord di Ras Azzaz e alle otto di sera dello stesso giorno avvistò l'incrociatore leggero HMS Phoebe con due cacciatorpediniere di scorta e gli lanciò un siluro, allontanandosi in immersione ed avvertendo uno scoppio; non esistono conferme di danneggiamenti, anche se alcune fonti ritengono che sia stato colpito uno dei caccia[1][2][3].
Seguì poi una lunga serie di missioni prive di eventi di rilievo[1]:
dal 25 settembre al 5 ottobre 1941, nei pressi di Ras Aamer;
dal 20 al 27 gennaio 1942, nella stessa zona della missione precedente;
dall'11 al 23 febbraio, nel tratto di mare prospiciente la Cirenaica;
Il 16 luglio fu inviato al largo della Tunisia ma dovette fare ritorno il giorno dopo a causa di un guasto[1]. Passò poi un lungo periodo inattivo, sia per le riparazioni, che per far riposare l'equipaggio[1].
Tornò in servizio il 20 novembre, quando, con un nuovo comandante – il tenente di vascello Alpinolo Cinti – fu inviato in missione nelle acque dell'Algeria; alle 4.11 del 24 novembre, penetrato nella rada di Philippeville, lanciò due siluri contro un gruppo di tre trasporto con relativa scorta e avvertì un'esplosione[1][2]. Quattro minuti dopo lanciò altri due siluri, a breve distanza l'uno dall'altro, all'indirizzo di una nave cisterna di grandi dimensioni con scorta: furono uditi due forti scoppi (tuttavia il risultato è controverso: secondo alcune fonti[1] vi sarebbe la conferma, da parte britannica, del danneggiamento di alcune navi, secondo altre[2] non sussisterebbe invece alcun riscontro)[1][2]. Il 26 novembre il Malachite attraccò a Cagliari, che divenne la sua base[1].
Dal 16 al 24 dicembre fu in missione tra Cap de Fer e l'isola La Galite e dal 4 al 5 gennaio 1943 stazionò di nuovo al largo di La Galite, senza risultati[1].
Il 21 gennaio fu mandato tra Capo Carbon e Capo Bougaroni e alle 4.55 del 22 individuò un convoglio in navigazione alla volta di Bona: lanciò quattro siluri – alle 5.18 – e si allontanò poi in immersione sotto la caccia della scorta, avvertendo due detonazioni (non ci sono però riscontri)[1][2].
Gli fu poi affidata una missione di trasporto incursori. Il Malachite salpò da Cagliari nella serata del 2 febbraio 1943, con a bordo 11 incursori del Battaglione «San Marco» (li comandava il sottotenente Bartolini), incaricati di sabotare un ponte ferroviario a El Kejur, in Algeria[1][2][4][5]. Il sommergibile raggiunse la zona prevista per lo sbarco degli incursori – a 9 miglia da Capo Matifou – nella notte del 5-6 febbraio, ma furono avvistate due navi impegnate in ricerca antisommergibile e per di più il mare mosso impedì di effettuare subito l'operazione[1][5]. Nella serata del 6 febbraio fu finalmente possibile portare a terra i sabotatori su alcuni canotti; il sommergibile stazionò poi in attesa del loro ritorno[1][2][5]. Più tardi, da bordo del sommergibile fu udito un forte scoppio e poco dopo avvistato il segnale che avrebbe dovuto annunciare la riuscita della missione ed il ritorno degli incursori: tuttavia sulla spiaggia stabilita per il reimbarco scoppiò un violento scontro; nessuno dei sabotatori fece ritorno[4]. Alle 6.30 del 7 agli uomini del sommergibile non rimase che ripartire per tornare a Cagliari[1][2][5].
Intorno alle undici del mattino del 9 febbraio, mentre transitava tre miglia a sud di Capo Spartivento, giunto già in vista delle coste sarde, fu avvistato dal sommergibile olandeseDolfijn: questi lanciò una salva di quattro siluri[1][2][5][6]. Dopo aver eluso i primi tre con la manovra, il Malachite fu colpito a poppa, sul lato sinistro, dalla restante arma, e nel giro di un minuto s'inabissò con la prua a perpendicolo sulla superficie del mare[1][2][4][5].
Il comandante Cinti, altri tre ufficiali e 9 sottufficiali e marinai riuscirono a porsi in salvo; con il Malachite scomparvero un ufficiale (il sottotenente del Genio Navale Giovanni Rubino) e 34 fra sottufficiali e marinai[1].
Il sommergibile aveva svolto sino ad allora 36 missioni (22 offensivo-esplorative, 13 di trasferimento o addestrative, una di trasporto incursori[1]) percorrendo in tutto 25.125 miglia in superficie e 3960 in immersione[7].
Il relitto del Malachite è stato individuato nel settembre 1999, ad una profondità compresa tra i 117 ed i 124 metri[1][4]: giace coricato sul fianco di dritta, privo degli ultimi dieci metri di poppa[8].