Jawdat Said
Jawdat Said (in arabo سعيد، جودت?; Beer Ajam, 9 febbraio 1931 – Istanbul, 30 gennaio 2022) è stato un teologo siriano.
Per le sue idee pacifiste è stato definito "il Gandhi dei musulmani".[1]
Biografia
Jawdat Said nacque in una famiglia circassa, il cui cognome era Tsai, nel villaggio di Beer Ajam, a sud di Quneitra, sulle alture del Golan. All'età di quindici anni fu mandato a studiare all'Università al-Azhar al Cairo, dove si laureò nel 1957 in letteratura araba.[2]
In Egitto Said entrò in contatto con Muhammad Iqbal e Malek Bennabi, due dei pensatori più influenti del mondo islamico moderno, e si appassionò alla lettura di altri pensatori classici come Abu l-A'la Maududi, Jamal al-Din al-Afghani, Muhammad 'Abduh, Muhammad Rashid Rida, Jalal al-Din Rumi, Ibn Qayyim al-Jawziyya, Ibn Taymiyya, Al-Ghazali, Averroè e Ibn Khaldun. Finiti gli studi viaggiò in Arabia Saudita, nella Repubblica Araba Unita, in Iraq, Pakistan e infine in India, dove incontrò Abul Hasan Ali Hasani Nadwi.[3]
Una volta rientrato in patria insegnò per oltre dieci anni in svariate scuole di Damasco e dintorni. Le sue idee pacifiste gli costarono la carriera da insegnante, tanto che nel 1968 venne dispensato dall'incarico. Negli anni sessanta aveva infatti iniziato a promuovere idee sulla pace islamica e sulla trasformazione sociale radicale attraverso conferenze nelle moschee, nei centri civici e negli ambienti intellettuali e sociali del paese.[2]
Pubblicò il suo primo libro nel 1966, Madhhab abn adam al'awal ("La dottrina del primogenito di Adamo"), in risposta al Ma'alim fi al-Tariq di Sayyid Qutb, opera programmatica della prima ondata del jihādismo violento moderno. Il libro di Sa'id è invece portavoce della teoria della nonviolenza intesa come parte integrante dell'Islam.[4]
Venne ripetutamente arrestato e rinchiuso in prigione: la prima volta avvenne nel 1968, quando scontò un anno e mezzo di carcere, poi venne imprigionato sotto il regime del Ba'th per cinque volte, di solito per periodi di diversi mesi, l'ultima volta nel 1973. Nei primi anni ottanta, quando i Fratelli Musulmani si opponevano attivamente al regime di Hafiz al-Asad, Said fu spesso interrogato e sorvegliato, pur non avendo mai fatto parte dell'organizzazione.[2]
Si ritirò nel suo villaggio natale, dove per oltre un decennio lavorò nell'apiario di famiglia, poi negli anni novanta riprese il suo attivismo a pieno ritmo[2] tessendo relazioni con varie tendenze religiose, politiche e sociali all'interno dell'establishment sunnita, ma anche con comunisti, nazionalisti arabi e con l'Unione degli scrittori arabi.[3]
Nel 2005 sottoscrisse la Dichiarazione di Damasco con cui l'opposizione siriana chiedeva l'instaurazione di un regime democratico e l'attuazione di riforme sociopolitiche, incluso il pluralismo, che fossero pacifiche, graduali, fondate sull'accordo e basate sul dialogo e sul riconoscimento dell'altro. Dopo la morte del fratello avvenuta nel 2012, Said riparò in Turchia.[5]
Il pensiero
Le idee di Said si possono riassumere come una reazione alle condizioni del mondo arabo contemporaneo e ai suoi regimi dispotici. Il cambiamento di tali condizioni è dunque uno dei capisaldi del suo pensiero:[3]
In Madhhab abn adam al'awal Said si concentrò sul rapporto tra legge e religione nella comunità musulmana. Influenzato dal pensatore musulmano di discendenza ebraica Muhammad Asad, che in Islam at the Crossroads aveva affermato che "l'Islam era un sistema perfetto per l'umanità, erano i suoi fedeli a non vivere secondo il suo messaggio", Said riteneva che fosse necessario osservare le leggi, in particolare citava a tal proposito il Corano:[4]
La legge permette di stabilire doveri, obblighi e libertà, ma è l'ingiustizia che distrugge le società. Sono gli esseri umani ad essere imperfetti, non la legge stessa, che invece dovrebbe proteggere tutti. Quando invece un individuo ottiene il suo diritto all'autodifesa, con cui intende qualsiasi tipo di mezzo violento, egli torna a far parte della legge della giungla e della forza.[4]
Per Said è fondamentale comprendere la conoscenza e la nonviolenza da una prospettiva coranica, tuttavia avverte che occorre anche prendere in considerazione le esperienze storiche, in quanto il messaggio dei profeti può essere male interpretato nei testi sacri. Ritiene quindi utile la presenza di una pluralità di interpretazioni.[6]
Altra questione importante del suo pensiero è la definizione di equità e giustizia, che per lui sono la realizzazione del tawḥīd, ovvero la fede in un unico Dio, e l'atto di proibire la coercizione religiosa. In merito alla nonviolenza, la intende un atto e un'idea di libertà, poiché può essere ricondotta al disobbedire alla "cultura dei muscoli", spostando l'attenzione dal corpo alla mente delle persone.[7]
Opere principali
- Madhab ibnu Adam al-awwal: Mushkilat al-unf fi al-amal al-islami (1966)
- Hatta yughayyiru ma bi-anfusihim (1972)
- Al-Amal qudrat wa-irada (1978)
- Iqra' wa-rabbuka al-akram (1988)
- Kun ka-ibnu Adam (1996)
- La ikraha fi al-din (1997)
- Al-Din wa al-qanun (1998)
Opere pubblicate in italiano
- Vie islamiche alla nonviolenza, a cura di Naser Dumairieh, traduzione di Paola Pizzi; Marzabotto, Zikkaron Edizioni, 2017, ISBN 9788899720155 (raccolta di scritti di Jawdat Said)
Note
Bibliografia
- (EN) Rüdiger Lohlker, Jawdat Saʿid and the Islamic Theology and Practice of Peace, in Religions, vol. 13, n. 2, 11 febbraio 2022, pp. 160, DOI:10.3390/rel13020160.
- (EN) Sabina Abdulaev, JAWDAT SA’ID ON PACIFISM AND VIOLENCE TODAY, in CMES (Center of Middle Eastern Studies), vol. 17, n. 1, 29 giugno 2024, pp. 13–22, DOI:10.20961/cmes.17.1.81649.
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