Fucile Modello 56
| Fucile Modello 56 | |
|---|---|
| Origine | Regno di Sardegna |
| Impiego | |
| Utilizzatori | Regno di Sardegna
Regno d'Italia |
| Conflitti | Guerre Risorgimentali |
| Produzione | |
| Progettista | Arsenali militari di Torino |
| Costruttore | Arsenali militari di Torino e Brescia |
| Date di produzione | 1856-1860 |
| Entrata in servizio | 1856 |
| Ritiro dal servizio | 1860 |
| Descrizione | |
| Peso | 4-4,5kg |
| Lunghezza | 1300-1400mm |
| Lunghezza canna | 900-1000mm |
| Calibro | 17,5mm |
| Tipo munizioni | Palla di piombo di tipo Minié |
| Azionamento | A percussione con capsula di fulminante |
| Cadenza di tiro | 2-3 colpi al minuto (con tiratore addestrato) |
| Velocità alla volata | 350-450 m/s |
| Tiro utile | 250-350m |
| Gittata massima | 800m teorica (efficacia ridotta oltre i 300-400m) |
| Alimentazione | Avancarica a colpo singolo |
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Il Fucile Modello 1856 fu un fucile ad avancarica a percussione impiegato dal Regio Esercito del Regno di Sardegna e successivamente dal Regio Esercito italiano nei primi anni successivi all’Unità d’Italia.
Sviluppato a seguito della Guerra di Crimea per sostituire l'ormai obsoleto Moschetto mod. 1844, fu una delle principali armi individuali in servizio nella seconda metà degli anni 1850 e costituì un’evoluzione dei precedenti moschetti piemontesi a canna liscia, introducendo la canna rigata e il proiettile Minié.
L’arma rimase in uso fino alla progressiva sostituzione con il successivo Modello 1860 e con le prime conversioni a retrocarica negli anni 1860.
Tecnica
Il Fucile Mod. 1856 era un’arma ad avancarica a colpo singolo con accensione a capsula fulminante, alimentata con polvere nera e munizioni Minié in calibro di circa 17,5 mm. La canna era rigata, con un numero ridotto di solchi ampi, soluzione tipica dei fucili militari del periodo, che permetteva di stabilizzare il proiettile senza rendere eccessivamente difficoltoso il caricamento.
Il caricamento avveniva dalla bocca della canna mediante l’introduzione della cartuccia di carta e la successiva compressione con la bacchetta. L’innesco era posto su un luminello esterno e veniva attivato dal cane mediante la percussione della capsula.
L’arma aveva dimensioni tipiche dei fucili di fanteria dell’epoca, con lunghezza complessiva superiore al metro e venti centimetri e peso superiore ai quattro chilogrammi. La cadenza di tiro era limitata dalle caratteristiche del sistema ad avancarica, attestandosi su pochi colpi al minuto anche con personale addestrato.
Le prestazioni balistiche erano adeguate per il periodo, con una gittata utile nell’ordine di alcune centinaia di metri, ma con precisione e efficacia fortemente dipendenti dalla qualità del caricamento e dalle condizioni della polvere nera.
Il Fucile Mod. 1856 venne prodotto principalmente in configurazione di fucile di fanteria, destinato ai reparti di linea del Regno di Sardegna e successivamente del Regio Esercito italiano. Come per altri modelli coevi, esistevano adattamenti dimensionali e varianti di arsenale, ma non una vera e propria famiglia strutturata di sottotipi come nei modelli successivi.
In alcuni contesti operativi erano presenti anche versioni accorciate destinate a reparti leggeri o specialistici, ottenute principalmente tramite modifiche della lunghezza della canna e delle parti lignee, secondo la pratica comune dell’epoca.
Storia
Il Fucile Mod. 1856 nacque nell’ambito del processo di modernizzazione dell’esercito sabaudo successivo alla guerra di Crimea e alle esperienze militari degli anni 1850. In quel periodo le principali potenze europee stavano già adottando fucili a canna rigata e sistemi Minié, che garantivano un netto miglioramento rispetto ai vecchi moschetti a canna liscia.
Il Regno di Sardegna avviò quindi una serie di aggiornamenti delle proprie armi individuali, introducendo modelli a percussione con canna rigata. Il Mod. 1856 rappresentò uno di questi passaggi intermedi, adottato per equipaggiare progressivamente la fanteria di linea.
L’arma rimase in servizio durante le campagne risorgimentali che precedettero e accompagnarono l’Unità d’Italia, venendo impiegata in numerosi reparti fino all’introduzione del successivo Mod. 1860, che ne costituì l’evoluzione diretta.
Con la formazione del Regio Esercito italiano, il Mod. 1856 venne gradualmente ritirato o mantenuto in servizio secondario, mentre una parte degli esemplari rimase nei depositi o venne successivamente riadattata o sostituita dalle nuove armi a retrocarica introdotte negli anni 1860.
Bibliografia
- Pignato, Nicola; Cappellano, Filippo, Gli arsenali del Regio Esercito Italiano 1861–1945, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 2008.
- Pignato, Nicola; Cappellano, Filippo, Armi portatili e munizioni dell’Esercito Italiano 1861–1945, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 2012.
- Wilson, R.L., The World's Great Rifles, Random House, New York, 1991.
- Hogg, Ian V., Weapons of the Civil War, Greenhill Books, London, 1987.
- Labanca, Nicola, Storia dell’esercito italiano, il Mulino, Bologna, 2014.
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